Contro il Babbo Natale arrampicatore
Da un po’ di anni a questa parte sta spopolando nel paesaggio urbano delle città italiane un prodotto dell’industria festiva o festaiola che mi causa un profondo senso di disagio. Si tratta di un tipo di pupazzo che riproduce nelle sembianze il Babbo Natale occidentale, statunitense e cocacolaro per la precisione, che a sua volta è un prodotto del tutto commerciale quindi non riproducente alcunché di storico o di tradizionale (se non il tradizionale ritorno dell’identico commerciale), in formato ridotto rispetto alle misure reali 1:1 del babbo natale-pupazzo dei negozi e dei centri commerciali, ripreso nell’atto di scalare un balcone, oppure di salire i pioli di una mini-scaletta che, penzolando dalla balaustra della propria abitazione, si interrompe a mezz’aria facendo appena in tempo a sostenere l’arrampicata del personaggio suddetto, sotto al quale rimane tutt’al più l’ultimo, il primo per lui, piolo di ascesa.
Ora: l’oggetto in questione è scandaloso nella sua onestissima irragionevolezza d’essere per almeno 4 motivi:
uno civile: perché mai io, dalla quiete natalizia della mia abitazione, dovrei favorire l’entrata in casa mia non già dalla porta, ma dal balcone o dalla finestra dei bambini a uno sconosciuto. cosa voglio rappresentare con la rappresentazione del mio gesto di gettare una scala a Babbo Natale, cioè a un’entità (o meglio inentità) del tutto autosufficiente da secoli, se non il costante e ricorsivo istinto italiano all’aiutino? Se invece la scala viene gettata dal basso verso la mia finestra dallo stesso Babbo, questo non è educativo, è anzi la rappresentazione di una violenza, di uno scasso; si configura in questo caso l’ipotesi di reato;

un motivo storico-antropologico: Babbo Natale è (diventata) una figura filantropica di portatore di doni. Questo vuol dire che reca con sé un peso, simbolo del dono e della ricerca, del disinteresse faticoso del cristoforo, dell’attraversamento del freddo a vantaggio di una collettività infantile e sconosciuta. Babbo Natale utilizza la discesa, attraverso la canna fumaria del camino, per favorire la diffusione, la moltiplicazione, del dono dall’alto verso il basso, la liberazione del peso che è insieme anche un donarsi e un alleggerirsi a favore della felicità altrui. Babbo Natale non sale, scende. lo fa in silenzio, nonostante la sua mole, non perché sia un’attività illecita, ma per conservare la sorpresa; lo fa al buio non per non essere denunciato, ma per conservare nel non detto la grazia del mistero del suo esistere;
uno economico: questi pupazzi, questi omuncoli, costano. non ci si può giocare, non si possono donare (vengono posti lì da qualcuno di ben preciso, cioè il proprietario dell’abitazione dentro cui egli stesso si intrufola forse suo malgrado) e vengono ritirati al termine delle festività. Il consumismo natalizio assurge qui al massimo della sua vocazione di inutilità, senza la bellezza del dispendio negativo, ma caricandosi della inettitudine dello spreco e dello spostamento delle risorse del capitalismo a favore dello svuotamento di ogni concezione dell’utile, del conviviale, del divertente, del ludico, del citazionistico, del familiare, e anche dell’individuale.
uno sociale, cioè anche personale: questo individuo vestito di sintetico, che si vede sempre di spalle nell’atto incompiuto e incominciato di salire una inadeguata scaletta (spesso illuminata con dei led), furtivo come un ladro che non può portare via nulla nè nulla donare, inconsapevole e riottoso nella sua resistenza materica eppure sconfitto nella sua vocazione immaterica, incapace di suscitare alcunché di immaginifico, sprecato a sua volta, prodotto dal lavoro materiale e umano di persone, spesso bambini, che non sanno cosa sia il natale e che delle sue derive consumistiche subiscono solo il male e gli eccessivi riflessi, sfruttati dalle aziende occidentali, costretti a respirare la sua plastica e i suoi coloranti tossici, chini sulla realizzazione di un volto terrificante perché invisibile a tutti fuorché a chi sa di avere favorito la sua scalata immobile, freezed, congelata in un eterno presente che si traduce in un mai del dono, è un oggetto disonesto, materializzazione del degrado culturale e materiale della società contemporanea, che mi produce fastidio e paura.
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