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Angelus quasi novus

Il modo in cui comprendiamo il presente è umano. Passa per: membrane, martelletti, filamenti, tosse, nonni, sonnolenza, farmaci, denti, casse, pagine, soffitti, campane, Parigi, Tagliacozzo, calendari, lucine, caramelle, succhi. La banalità è che ciascuno lo comprende a suo modo. Ma limitiamoci ai modi con cui differentemente comprendiamo il tempo che passa, a seconda che sia già passato, che stia passando, che deve ancora arrivare.

A ben vedere, tutto questo non ha senso. Non se ne esce, ci hanno già provato. Al limite estremo delle nostre capacità e della nostra onestà, possiamo al massimo decidere – applicando a questa scelta l’idiosincrasia, il gusto personale, la propria formazione e il proprio posizionamento politico – se preferiamo il futuro, balsamica medicina che perfeziona finanche i nostri difetti, o se invece siamo troppo legati a ricordi eccessivamente belli per pensare di poterne mai rivivere la felicità.

Uno degli errori che facciamo abitualmente è quello di considerare il tempo come un rullo. Percorrendo una linea, e portandoci in groppa, esso annulla le figure e i solidi che fanno, e che sono, la nostra esperienza; in questo senso, il tempo si limita a spianare il passato, accartocciandolo ai nostri piedi, a favore di un avvenire che non esiste, e verso cui apre una quinta. L’allegoria migliore per rappresentare questo movimento, questo risucchio impersonale verso il futuro, è l‘Angelus Novus di cui parla Benjamin nelle Tesi di filosofia della storia, così come dipinto da Paul Klee: l’angelo è attratto dalla forza invincibile del futuro, verso cui il suo corpo è risucchiato, ma ha la testa rovesciata all’indietro, verso il passato, a rischio del collo spezzato. Ai suoi piedi, macerie, rovine, testimoniano di un tempo non redento. Questo tempo non redento, mi dico per capire, sono i torti, la segatura della vita offesa: sono l’infranto che non può essere ricomposto. Cosa facciamo di quegli scarti, di quel negativo, giacché non lo portiamo con noi, giacché il futuro ne è vuoto?

Il tempo lavora per noi, si dice. Agisce dove non abbiamo il coraggio di farlo, risolve tutto, spesso facendocene dimenticare. Nel tempo crescono e diminuiscono le cose, pure. La lontananza temporale, sai, è come il vento.

Il presente stesso ha il merito di guarirci dal passato. Le passioni non pungono. Idolo, il presente ti diminuisce: il tuo volto piccolo, questo sei tu? Le tue parole normali, benché rivolte a me, e perciò nobilitate dall’incrociarmi, questo è ciò che ti riempie e ti significa? Oppure tu sei la totalità infinibile dei tuoi poteri, delle nostalgie che ti ho addossato? La stretta la dà anche il tuo nome, al tronco stancato della mia speranza? Sarebbe facile se tu fossi solo quello che vedo davanti a me. Invece devo fare i conti con ciò che ho costruito di te nel tempo, e nel tempo tu sei gigantesco, e riempi lo spazio del presente fino ai margini di ciò che riesco a immaginare.

Il tempo ha sempre ragione, quello che accade è giusto, dicono in Giappone.

No, il tempo ha sempre torto, invece, quasi niente di ciò che accade è giusto.

Il tempo non ha né torto né ragione, quello che accade è indifferente.

Siamo, noi, creature che adorano monumenti: che non esistono ancora, che sono crollati. Ma siamo noi capace di farne?

E ammesso che ne siamo capaci, di questi monumenti che costruiamo amiamo l’idea della completezza, quando lo sforzo attuale avrà finalmente preso la sua definitiva forma, e noi potremo contemplarli (e saremmo in questo caso pur sempre dei futuristi), o la speciale proprietà di farsi sotto i nostri occhi? Amiamo la calce che si ficca sotto le unghie, ne accarezziamo la scabra materia, godiamo dell’incompiuto, del presente che si compie? Siamo capaci di tenerezza nei confronti del “quasi”?

Ma poi, parliamoci chiaro: quanto presente possiamo sopportare?

Nietzsche ha parlato dell’utilità e del danno del senso storico: esso è utile quando è critico, perché ci restituisce le prospettive, ci dà ragione della frana a cui intendiamo sottoporre i valori cari alla civiltà (spesso valori di distruzione, di menzogna celata, di colpevole ignoranza del corpo e della terra); esso è dannoso, quando è antiquario o monumentale, perché monumentalizzando il passato cadiamo nella nostalgia, la malattia della debolezza strapotente, la dolciastra indulgenza di ogni totalitarismo per un passato aureo, idilliaco, non toccato dal progresso.

D’altra parte, a monumentalizzare il futuro, a farne il totem dell’utopia, veniamo risucchiati dal vitalismo cieco e incosciente dei fascismi, ci sradichiamo da noi, prendendoci per i capelli, dalla terra su cui stiamo e ci lasciamo chiamare dalla magnificenza di ciò che ancora non solo non vediamo, ma ancora non esiste, e non lo vediamo non solo perché non esiste, ma perché va fatto, e noi non siamo lì a farlo. Se l’amore per il passato è una criminosa ingenuità, l’amore per il futuro è una colpevole viltà. Bisogna: un po’ ricordare un po’ dimenticare.

Lo dice Woody Allen col suo ultimo film. Ogni epoca vede in quella che la precede l’età d’oro, ogni persona sensibile desidera sganciarsi dal proprio posto, che sente squallido, insufficiente, popolato da cialtroni e da gente di poco conto, ed essere gettato (uso non a caso un termine heideggeriano) nel felice passato, circondato dall’arte perfetta e dai suoi morti preferiti. Lo sguardo è sempre più indulgente sul passato: la frutta era più buona, quel passante era l’uomo della mia vita, le ginocchia mi avrebbero funzionato meglio se avessi iniziato prima a fare boxe thailandese, se mi fossi accorto prima che m’amava… vigliacchi che siamo. Finché un’occasione è persa, siamo salvi.

Ricomporre l’infranto è: vedersi nello specchio giusto, l’unico che non può deformarci.

Già, ma anche quel passato è destinato a ridiventare il presente, una volta che ci siamo dentro, essendo come tutti i grumi di tempo costituito da attimi che si susseguono in avanti. Non si può vivere una vita a ritroso, ammesso che si possa viaggiare una tantum all’indietro nel tempo: prima o poi una linea da cui ripartire ci rimetterebbe il tempo in sesto, e noi nel tempo che scorre diventiamo pazzi (non siamo capaci, non lo facciamo apposta).

Qualcuno, i più esperti delle cose ancora da nascere, i cercatori delle destinazioni, i non nostalgici, andrebbero volentieri nel futuro. L’ideale sarebbe fare balzi enormi, da fiera umana che si nutre di latte di batteria, di acido polverizzato, di silicio per endovenosa, passando da un anno all’altro, senza approfondire, senza necessariamente vivere o addirittura toccare la vita lì in basso; consumare lo spazio, sorvolare tutto e tutti, inspirare e con questa rincorsa d’aria farci una stagione, passare sopra maggio, giugno, luglio assorbendo lo spettro giallo che emana da terra, lì in basso, dove alacri umani che si accontentano tessono il futuro del prossimo maggio, giugno, luglio, che noi vedremo tra 9 minuti-uomo, il tempo di svoltare la curva di dicembre e di sporcarci le mani della porporina argentata di gennaio.

Ovviamente, per sperimentare questo tipo di vita futura, anzi di vita futurizzata, bisogna essere immortali. Altrimenti, la forma più completa di futuro, l’atto che solo, e sicuramente, e nel modo più totale e abbandonato ci può consegnare all’avvenire è il suicidio.

Non funziona così. Non funziona così.  Bisogna: rifarsi il letto, andare ai funerali, dire sì, lasciare le cose dove stanno, cambiare le cose, spostarle, fare gli auguri, mettersi a letto, restare a piedi, fare le file, scoppiare a ridere, aspettare al pronto soccorso, usare due dita, fare i compiti, perdere tempo, avvicinarsi, timbrare i biglietti, lavarsi, evitare i serpenti, guardare per terra, fare uno scherzo, abbassare la voce, mettere i vasi sui balconi, fare il ghiaccio, smettere, rivolgersi, restare a casa, fare i pacchetti, non sporgersi dal finestrino, vedere i film di guerra, fare i panini, capire, svegliarsi, svuotare le tasche, essere pronti.

-DR


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