~ Thursday, January 20 ~
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Ci hanno rubato l’eros, è già qualche giorno. Saremo stati distratti, boh, quelli ci hanno rapinato, e allora siamo rimasti solo nudi, della nudità che è uguale per tutti, mica mia e tua. Pure loro lo chiamano culo, pure loro si piegano in tutti i modi per entrare e uscire e si mandano i messaggi, ti faccio questo, quello, amore, sono tua. Non possiamo più dire culo, noi, senza pensare che lo dicono loro.

Si sono presi il culo, i buchi, i loro e le nostre parole per dire i nostri culi, i nostri buchi, li hanno occupati per tutto il giorno, tutti i minuti, ne hanno fatto una commedia crassa del potere, il culo è la femmina, il culo è la marocchina, e ti ricordi quando quel giorno alla stazione un vecchio ha detto “bella” alla nigeriana solo perché era nigeriana e non perché era bella, e “bella” era una brutta parola.

Non posso farti finta che se mi piego in avanti sono la tua schiava, perché invece di pensare, come pensavamo, che la sovranità del tuo desiderio passa attraverso il mio, adesso ci viene in mente che schiava potrei esserlo davvero, come quelli che schiavi lo erano davvero, del basso impulso, del ricatto, del mercimonio senza poesia. E quel “davvero” per loro è pure troppo: per loro il vero è il reality, per noi “davvero” ha tutt’altro cuore. Ma è un fatto e non ti arrabbiare che sono schiavi fisici come noi siamo schiavi mentali del loro vizio e del loro disastro.

Non posso nemmeno farti finta che “basso” e “impulso” siano parole alla nostra altezza, elevate dal rispetto, dalla considerazione del numero e della grana della tua pelle, perché mi viene in mente che quei corpi esumati dalla parola morta se le sono prese, portate vie, sono su tutti i giornali, guarda, aperte come gatti sulla strada.

Quando ti lecco adesso penserai che pure quelli si leccano, ché i significati capace che ce li mettiamo noi alle lingue, e invece non sono che lingue, attaccate a corpi che contengono visioni del mondo, che le lingue si muovono uguale nel mondo, e il mondo è davvero sporco, il mondo è davvero roba loro cosa loro casa loro, e quindi hanno ragione loro. Nel mondo ci sguazzano con le lingue penzoloni, il culo che passa davanti per fortuna non è il nostro, noi il culo ce lo dobbiamo coprire adesso, ché solo a guardare un culo di femmina ci viene da pensare che il culo delle femmine è a disposizione loro. E anche la lingua ce la teniamo in bocca, l’amata lingua tua che amo, perché mi sono disgustata del sapore di salive che non ti somigliano, a reti unificate.

Quando io ti lecco la mia libertà gioca col favore reso dal caso, di essere in due, differenti, contemporanei, di andarsi bene per chissà che miracolo, miracolo vero, mica miracolo loro del lavoro e della casa e della felicità, che in bocca a loro sono diventate parole sporche, parole infami, parole gialline e amare come il piscio loro in bocca, mica nostro, parole che fanno ridere.

Quando io ti lecco tutti e due sappiamo talmente bene cosa stiamo facendo, e abbiamo accordato tutti e due talmente tanta corda al tempo che possiamo permetterci di pensarci legati, stretti dall’arbitrio, mio e tuo, soggetti, oggetti.

Quando mi lecchi, quando mi lecchi, la semiotica, la grammatica, i salmi, i padri della Chiesa, cristo, suo padre, i nomi di Jahvé, il controllo remoto, cartesio, la morfologia della fiaba, i romanzetti, l’abbiccì, l’ethica more geometrico demonstrata, tutto si aggancia e tutto gioca a sembrarsi di meno, perché il dio che ci danza in mezzo fa l’occhiolino e ride, e ci chiama coi nomi dei maiali che per noi sono nomi di Santi.

E pure il possesso, della carne e del nostro tempo, tra noi è un gioco che fingiamo vero, e per questo è vero, perché “sono tua” lo dico col sorriso e non ci fa ridere. Quelli sono loro, si appartengono, lo dicono seri e fa sganasciare, fa cacare nelle mutande, fa vomitare per terra, e il loro vomito non fa tenerezza come farebbe il mio se stessi male e se la stanza l’avessimo appena pulita.

I profumi che indossano le loro carni, pure, sono profumi nostri e non nostri. Nostri perché l’umanità vive di formaggio, tessuti, sudore, nostri perché il peccato ci rende avvampati. Ma già a dirlo mi pare che peccato per noi sia una paroletta da ridere, non perché siamo puri, noi, anzi siamo di terra e non dimentichiamo che veniamo dalla vertigine; ma perché non compriamo il breve piacere, e se lo facciamo nobilitiamo il comprare e allunghiamo il breve, e ci piace il piacere perché il mio piacere è tuo, e non viceversa. Loro prendono il piacere perché il piacere degli altri è tutto loro. Loro dicono “tutto” e pensano: totalità, non infinità, e scusa se le ho messe nella stessa frase.

Loro hanno sul corpo versato il potere, si sono pisciati addosso il potere che hanno succhiato da noi, le mani le hanno usate per veicolare il potere. Loro hanno imposto a tutti le visioni scomposte dell’orgasmo del potere, la sborrata volgare delle loro voglie sudicie, prive di fantasia, per le quali A=A come nei porno dove le parti si infilano ma non si incastrano.

Ci hanno costretto alla visione del loro porno mediocre rovesciando il panopticon: invece di guardarci ci costringono a guardare, e lo spettacolo misero dei loro cazzi, delle loro mani che li toccano senza grazia, ci lascia in bocca il sapore delle loro mentine succhiate.

Spuntano come peli dai pori dagli schermi delle stazioni e dai bagni di casa nostra le loro vociacce mentre godono, si chiamano amore e si chiamano tesoro, si chiamano troia, e io penso alla tua voce che me lo dice e mi chiedo perché quello suoni tanto sguaiato mentre il nostro è sublime, e finchè non mi rispondo mi vergogno a farti dire tesoro amore e troia e mi immagino che ti vergogni a dirlo perché pensi che io sia come loro, anche se a dirlo sei tu perché sono io, e perché io posso essere tutto, pure quello che loro non possono non essere.

Coi loro racconti sudici stanno cambiando le basi culturali dell’eros, quando le mani non le sanno usare che per depredare, quando per loro il maschio è prepotente perché ne ha diritto, e non perché rinuncia al diritto col muto gesto del nostro eros che volava alto, e lo riprende nelle mani con la stretta salda di chi sa tenere senza strozzare.

Vogliono farmi tornare, femmina, all’eros timido che ci avevano imposto padri mariti tiranni. Scambiare i Fiori del male per il basso e il malamente, l’andante grazioso e il grave con i toni annacquati dei loro stacchetti, il leccare e il baciare per il loro cieco tirare fuori la lingua, l’eteronomia alata per il dominio sfacciato.

La parolaccia loro è espressione della volgarità che contiene, la nostra è un serpentello che si divincola dalla gabbia del peccato; la loro è il corpo fisico dell’affronto e della bassezza, la nostra è il morso alla lingua del tiranno; la loro è il turpe sì al niente, la nostra il leggiadro, gaio, spalancato sì al tutto.

Il potere io e te lo abbiamo scastrato dalla storia, lo abbiamo giocato, sformato, e mica per ridere: lo abbiamo fatto seri. Abbiamo costruito – liberati dal lavoro – le mura perfette all’eros alato, lo abbiamo soffiato e liberato nello spazio abitato dalle forze fisiche, dalle musiche fisiche, dagli angeli fisici ricavati dal contatto dei nostri inguini, quello spazio che il mondo ha ospitato e che adesso ci toglie.

Noi eravamo senza difese: ci hanno costretto a schifarci anche se non volevamo, anche se non avevamo tempo per questo. Già dovevamo lavorare e fare il bucato e lavarci i capelli, poi volevamo vivere, e riguadagnarci la bellezza di tutte le parole, tutte, pure quelle che i fascisti hanno vietato. Adesso dobbiamo evitare quelle che loro, fascisti decomposti, cadaveri di fascisti, liquidi immondi di fascisti morti, hanno imposto.

E già a scrivere noi e loro insieme mi schifo, e mi fa schifo che qui dentro come pure dentro a me ci sono cose nostre e cose loro che loro hanno reso nostre, e invece di fare l’eros lo difendiamo, e ci copriamo le orecchie e gli occhi invece di aprirli a noi.

— DR

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    CI hanno rubato l’eros, e già da qualche giorno
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