~ Lunedi, Gennaio 31 ~
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“Troppo estranei l’un l’altro per non intenderci”

Guarda, respiro ancora: come faccio a conoscermi? Per conoscere me stessa mi devo aprire: e allarga la cassa toracica, e disfa la milza, e metti la mano tra i resti della digestione. No.

Non sono contraria all’autopsia, intendiamoci, ma preferirei farla da morta.

Mica è un caso che i morti della Divina Commedia conoscano il passato e persino il futuro ma non il presente, su cui infatti fanno a Dante molte domande. 

Invece, guardali: interrogati da lui - chi siete? - rispondono con descrizioni precise e sintetiche: Io sono colui che fu posseduto dall’amore, Sono colui che spense in Cesare il dubbio, Io fui uom d’arme, e poi fui cordigliero, I’ fui colui che la Ghisolabella condussi a far la voglia del marchese, come che suoni la sconcia novella.

Essere morti è questo: essere sospesi nel presente, non saperlo leggere, ma conoscere chi si è stati, senza scarti, senza condizioni: questo, non quello, e non importa se il racconto mi è venuto sconcio.

Non è precisamente un’infelicità: è l’impossibilità dell’essere felici. 

I vivi si srotolano, invece, per successive impressioni: una parte della pellicola continua a scorrere nei dentini del rullo, un’altra giace nella vaschetta, immersa già nell’acido.

I vivi vedono la stanza e possono descriverla. Poi possono: sentire la mano che li immerge, restare in apnea, chiudere li occhi al bruciore, aspettare, diventare, continuare a incastrarsi, bruciarsi, scorrere.

*La frase del titolo è tratta dai Quattro Quartetti di T.S. Eliot, quando l’autore si imbatte nel fantasma di Yeats per le strade di Londra.

- DR


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  1. postato da danielaranieri